RecensioneInFiore

Bandito: un romanzo-verità con qualche limite [Recensione]

Laura Secci, scrittrice e giornalista, con Bandito (Edizioni Il Maestrale), ispirato alla vita di Matteo Boe, tenta di entrare in punta di piedi nel cuore del significato di libertà in senso assoluto scardinandolo proprio come si farebbe con la serratura della cella di un carcere di sicurezza.

Leggendo questo romanzo-verità si ha come l’impressione di avvicinarsi e di sfiorare l’aspetto tenebroso di Boe prigioniero. Tra le righe filtra un barlume fioco e incerto in grado di rappresentare un mondo ricco di coni d’ombra e di segreti perfetti per essere raccontati in un libro come questo.

 

 

Bandito

Recensione a cura di Marina Atzori

Di seguito, un breve passaggio tratto dal libro.

[…]

«Il tempo sono io. Sono io gli intervalli strappati, i sussulti immobili, le notti sudate. La libertà non mi coglierà impreparato. La sento respirare. Ansima dal desiderio di apparecchiarmi il futuro. Mi dispiace avervi deluso. Lo so, pensavate togliessi il disturbo anni fa. Magari indossando una cravatta di cuoio e pantaloni di piombo. Vi è andata male, miei carissimi. Io faccio parte di quella sparuta categoria di persone che semmai il disturbo lo danno.»

[…]

Pensando a Matteo Boe “personaggio”, non si può non pensare ai suoi mille volti nascosti, e alla conseguente affinità con il concetto di Uno, nessuno e centomila delle maschere pirandelliane.

Anche se, probabilmente, neppure un sommo scrittore decadentista e realista come Pirandello riuscirebbe a carpire la vera personalità e il vero nodo alla gola di uno dei banditi più misteriosi e spietati d’Italia.

È già stato scritto e detto molto su Boe, sulla Sardegna e i rapimenti. E infatti, in questo libro, si prendono le distanze dall’intenzione di scoperchiare il (solito) vaso di Pandora della piaga dei sequestri. Secci, in questo senso, evita di addentrarsi nell’insidioso “sottobosco” di un giudizio nei confronti di ‘chi’ è riuscito persino a fuggire dal carcere di massima sicurezza dell’Asinara.

A tal proposito, all’inizio del libro sono presenti tutti gli inevitabili riferimenti alle condanne documentate e riassunte puntualmente (1957-2017), con una pagina biografica a tappe – Chi è Matteo Boe – dedicata alle orme lasciate dal bandito. Quasi a voler sottolineare: parleremo di colui il quale ha fatto del Male – ingiustamente –  a tanti, non ce ne siamo dimenticati. Anzi vogliamo ricordarlo a chi non sa proprio ‘tutto’ di lui.

Nonostante Bandito sia un libro indovinato per una serie di buoni motivi: in primis (neanche a dirlo) il protagonista e il suo bagaglio (che è più un fardello) di intenzioni per niente buone; i sentimenti contrastanti che fanno da traino alla storia: rancore, orgoglio, senso di rivalsa, odio e smania di potere.

L’autrice è una penna capace di coinvolgere magistralmente il lettore e che cerca di superare uno scoglio, o meglio, un limite di questo libro: il taglio giornalistico-cronachista. Premio allo sforzo notevole di Laura Secci che si distacca, a un certo punto, da quello che sembrerebbe più un racconto dei fatti accaduti mischiato a una parte romanzata che non mi ha entusiasmata.

In fin dei conti, è un piacevole romanzo che pare abbia tutte le carte in regola per diventare un caso letterario che susciti una certa curiosità.

Punti di forza?

Le confessioni intimiste di Boe, i suoi monologhi e il lavoro che c’è stato dietro la costruzione del personaggio.

La prefazione di Domenico Quirico, devo dire, mi ha aiutato a superare una soglia di diffidenza latente e iniziale, che a essere sincera, è rimasta fino alla fine.

La sensazione è di voler raggiungere una vetta troppo alta e di non avere le scarpe adatte. Non so… manca un senso di continuità alla parte romanzata. È come se ci fosse una linea di confine invalicabile. È come se stessi viaggiando su una strada che a un certo punto s’interrompe e dovessi tornare indietro per percorrerne una più lunga, ma non so se e quando arriverai alla meta.

Questo libro trascina con sé la gravità dei reati di Boe. E ci sta, altrimenti perderebbe di fascino. Ma è proprio quella realtà a ergere una barriera, quasi invisibile, tra il lettore e l’autrice, nonostante la bravissima narratrice, acuta osservatrice di dettagli che fanno la differenza attraverso un registro linguistico certamente adatto.

Mi sono chiesta più volte: “Fino a che punto vuole arrivare?”; “Quale messaggio vuole comunicare al lettore senza che la storia perda di credibilità?”; ebbene, non sono riuscita a darmi una risposta esauriente.

Comunque, ho trovato interessante come l’autrice abbia cercato di scavare nell’animo malvagio e spietato di un criminale, conferendogli un’umanità forzata, una fierezza da belva prigioniera chiusa nella gabbia dei suoi stessi demoni. E che, tuttavia, non ha mai abbandonato il desiderio di libertà interiore, nemmeno nei momenti in cui, si presume, Boe abbia dovuto fare i conti con se stesso e la solitudine.

Il libro è ben orchestrato, ma c’è qualcosa che stona: non mi sono sentita tirata dentro.

E la domanda è stata sempre la stessa: quanta verità di Matteo Boe “bandito” c’è in questa storia? Un’infinitesima parte, almeno credo.

Tanti aspetti continueranno a lasciare aperte innumerevoli parentesi oscure, soprattutto su Matteo Boe «uomo», quasi impossibile da immaginare in un confessionale dal taglio giornalistico, dove possa sembrare pronto a rivelare l’irrivelabile: la Sua verità nuda e cruda ma pur sempre presunta.

Su Matteo Boe, è già stato scritto tutto ciò che si potesse scrivere?

Il dubbio resta. O forse, più semplicemente, la risposta è nell’inquadratura editoriale di questo libro riportata anche nella quarta di copertina, asciutta ma incisiva: «Un romanzo-verità su uno dei banditi più temuti e più conosciuti in Italia».

Nulla da eccepire, diversamente. Il progetto editoriale è coraggioso, ambizioso, perchè si propone di gettare il cuore al di là dell’ostacolo, oltre quell’impedimento che appare più come una sfida letteraria annunciata: scrivere un romanzo diverso da tanti altri.

Consigliato, seppure con qualche piccola riserva. Non mi ha convinta del tutto, quindi il mio punteggio Fiore è pari a 3.

Sinossi

Bandito

Matteo Boe: la vita, il carcere, la libertà

Ha 14 anni, l’autrice di questo libro, quando una sera d’ottobre del 1992 il suo sguardo inciampa in televisione nel viso spigoloso e fiero di Matteo Boe: il bandito sardo che sequestrò (fra gli altri) il piccolo Farouk Kassam, una vicenda che tenne con il fiato sospeso l’Italia, mobilitò la politica, creò uno strascico di polemiche e di misteri. Lo hanno appena catturato dopo la rocambolesca fuga dal carcere-isola dell’Asinara da dove nessuno è mai riuscito a fuggire. Vent’anni dopo, nel febbraio 2012, Laura Secci, diventata giornalista, decide di scrivergli nel carcere dove Boe sta scontando 30 anni. Due righe di presentazione e una richiesta diretta: un’intervista. È quasi certa che non avrà risposta ma dopo due settimane riceve poche righe scritte in stampatello: «Sento il dovere di rispondere, per educazione, anche se i giornalisti non sono i miei interlocutori preferiti. Meno che mai una che scappa dalla sua terra per scrivere sul giornale degli Agnelli. Rifiuto quindi la sua richiesta d’intervista, i media padronali e generalisti non rappresentano un veicolo appropriato per le mie idee. Le auguro buon lavoro». L’autrice risponde alla provocazione, ne nasce uno scambio epistolare e poi una serie di colloqui nel carcere di Opera, sezione Alta sicurezza. Il materiale raccolto, fra lettere e conversazioni, è diventato questa biografia romanzata che, raccontando fra l’altro la stagione dei sequestri di persona, la rocambolesca evasione dal supercarcere dell’Asinara, la scarcerazione nel 2017 dopo 25 anni di detenzione, cerca di rispondere alle domande essenziali: chi è Matteo Boe? Perché un ragazzo colto, benestante, studente nella Bologna turbolenta degli anni Settanta, decide di fare il bandito?

Link all’acquisto QUI

 

Potrebbe piacerti...